Cap. 9
Rocker, Meccanico, Motociclista, Artista
Il cielo e i marciapiedi dello stesso colore, gli alberi senza foglie che sembrano fatti di muro: è ancora inverno a Milano.
In una traversa di viale Certosa, appoggiata di lato subito a sinistra, c'è l'officina di Deo Pizzinato; o meglio, lo "studio", come egli stesso lo definisce nel depliant che illustra le sue opere. Perché Deo non è solo un motociclista, oppure un meccanico; Deo è un artista. Quest'uomo sereno vive con pienezza le proprie sacrosante sicurezze, circondato dall'affetto timorato dei suoi numerosissimi amici. Deo è uno controcorrente; è stato sempre controcorrente, ha fatto delle scelte motociclistiche, esistenziali e sociali nel senso inverso della convenienza. Il punto è che Deo è incorruttibile. Non si compra. Lo spirito ribelle che alberga in lui non aspetta altro che di manifestarsi nel raccontare eventi lontani: quando rubava il Mosquito al prete di Fiaschetti di Caneva, in Friuli, e andava così veloce che pensava che nessuno potesse vederlo; e invece lo videro tutti e furono botte!
Da giovane andò a Milano; di sera, scivolava fuori dal portone di casa: biondo, con i jeans Roy Rogers, la cintura nera borchiata come il berretto e il bracciale di cuoio. Saliva sulla sua moto scalciandola. Era l'era dei "teddy boys", del puro ribellismo all'ennesima potenza, del principio di tutto, della guerra generazionale. Dopo aver fatto piccoli lavori, si era dedicato alla fotoincisione. Ma aveva la meccanica nel sangue: fin dalla più tenera età, il fratello geniaccio gliela aveva insegnata, costringendolo a capire. E lui capì che sarebbe diventato meccanico, professionista. Già, perché Deo è conosciuto a Milano come "il meccanico di via Marcantonio Dal Re". La sua officina, mezza meccanica e mezza mostra d'arte permanente, è ritrovo del circolo ristretto di coloro che, attraverso il tempo e la cultura, non hanno mai tradito il senso della sfida. Il nuovo accolito, richiamato dal blasone del mentore, deve confrontarsi con un uomo che valuta la capacità di andare oltre le cose e di credere, sapendo che infine nulla conta se non il sorriso. Poi, magari ti guarda la moto.
I motori, in una metafora usata ed abusata, vengono spesso comparati a quelle che sono i fiori degli uomini, le nostre meravigliose dolci e amare compagne di vita... E in questo, credetemi, c'è qualcosa di vero; perché la passione che inducono è simile. Travolgente. Possessiva. Fortemente emotiva, oppure indifferente. Odiosa e sprezzante. Dolorosa. Ed altro, molto altro... ognuno di noi lo sa per conto suo.
Nel 1962, Deo s'innamora di una moto della quale ancora oggi è orgoglioso: la Gilera 300 bicilindrica, che usa regolarmente tutte le mattine per recarsi al lavoro; vi ha montato le famose marmitte inglesi a doppio finale sovrapposto Dunstall che, con quel piacevolissimo tono di voce cupa, lo appagano per tutta la giornata.
Arriva il '68 e il nostro subisce, come molti altri, il fascino irresistibile della eburnea vicentina, la giunone di Breganze: la Laverda 750. Il gusto che da la bicilindrica veneta è grande, così, nell'arco di pochi anni, passa dalla 750 G.T. alla 750 Sport, più potente e meglio frenata; e ancora, la 750 SF (super freni); e la sportivissima SFC, arancione monoposto con il cupolino che, assieme alla Noton 750 PR, era la più veloce motocicletta stradale con la quale si potesse correre su pista. Pizzinato (a proposito, il fratello di Deo era il noto sindacalista, mentre Deo era la pecora nera) è ormai un "laverdista", come si chiamano gli amanti di questa casa motociclistica. Gilera fa essere "gileristi", Guzzi fa essere "guzzisti", Honda fa essere Hondisti, Norton fa essere "nortonisti"; e via dicendo. Tutti finiscono in "isti": come i "biemmevuisti" o gli "harleysti" (i moderni epigoni dell'Harley Davidson. Curiosamente, però, i difensori dei modelli classici della casa americana vengono chiamati "davidsoniani", perché le nuove Harley Davidson, dal motore Evolution "Big Block" 1.340 cc del 1985, sono le "Harley" tout court, mentre quelle precedenti sono le "Davidson" e basta).
Negli anni '70, per le mani di Deo passano le 1000 tré cilindri bialbero, nonché una delle otto 1000 SFC immatricolate in Italia, che si assicura grazie alla ormai solida amicizia che lo lega a Massimo Laverda.
Nell'antro di via Del Rè, se ti guardi attorno, le pareti rivelano quella grande qualità che rende il "furiano" eclettico, nella sua creatività; si è impegnato nella realizzazione di alcune opere compositive a metà strada tra la pittura e la scultura, utilizzando elementi motociclistici. Deo non è un personaggio facile; lo capisci dal primo approccio se metterà le mani sulla tua moto, o se non lo farà. Invecchiando, prima ci si irrita e poi si perdona, perché si ricorda... quando si vedono le cazzate dei giovani alle prime armi! Ci si irrita perché non si vorrebbe vedere i ragazzi incorrere pervicacemente negli stessi errori dei padri. La storia è maestra; ma non è sempre così, e i simboli del passato possono essere travisati. Come il contadino è attento a mettere i piedi sul sentiero, per non calpestare il campo, mentre il cittadino maldestro lo attraversa; così, sulla strada, il nuovo arrivato passa, e potrebbe rovinare dove gli altri motociclisti avevano costruito. |